La musica come linguaggio strutturato
 
Indice

Il concetto di struttura

Il termine struttura, non necessariamente riferito alla musica, richiama alla mente alcuni concetti dei quali è bene essere consapevoli fin dall’inizio. Possiamo riassumerli così:

La struttura in musica

Il concetto di struttura può essere applicato anche alla musica. Non tutta la musica ha le stesse caratteristiche, ma è comune trovarsi di fronte a brani costituiti da più parti, alcune delle quali più importanti di altre, disposte secondo un ordine ragionato frutto d’attenta progettazione. Inoltre, al giorno d’oggi lo scopo più nobile della musica è considerato l’espressione di qualche tipo di contenuto, e le sue strutture sono organizzate per quello scopo.

Analizzare una struttura

Analizzare la struttura di un brano musicale (se breve e lineare) non è difficile, anche se richiede un tipo di attenzione al quale pochi sono abituati. Ascoltando con orecchio attento puoi notare che il flusso d’una musica non è ininterrotto, che presenta momenti nei quali si percepiscono delle separazioni. È una vera e propria “punteggiatura” con piccole pause, attacchi e stacchi, aperture e conclusioni. Non è facile spiegare a parole questo tipo di sensazione, è molto più semplice comprenderla durante un ascolto. Ascolta quindi questa melodia, e ti accorgerai che “prende fiato” alla fine delle battute nn. 4, 8 e 12, cioè dove ci sono le note più lunghe.


 

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Prendendo fiato in quei punti si evidenzia la struttura della melodia, che in questo caso è basata sull’accostamento di quattro parti di quattro battute ciascuna. Le note più lunghe danno luogo a un senso di interruzione tra una parte e l’altra, permettendo a chi ascolta di cogliere più facilmente l’organizzazione e il senso del brano.

Schematizzare una struttura

La musica scorre nel tempo, comparendo e scomparendo man mano che avanza. Possiamo in qualche misura contare sulla memoria per ricordare quel che abbiamo ascoltato una manciata di secondi prima, ma quando i brani si fanno lunghi e complessi non si può cavarsela senza “fissare” le cose in qualche modo. Potresti ricorrere a metodi fantasiosi, come usare forme geometriche o colori, ma tanto vale imparare il metodo standard: usare lettere e indici numerici, secondo criteri semplici e intuitivi:

uguaglianza: A   A
diversità: A   B
similitudine: A   A1

Per rappresentare la struttura della melodia che ti ho proposto poco fa servono quattro lettere, la prima delle quali è ovviamente una “a”. Con la “a” intendiamo rappresentare le prime quattro battute, ovvero:


 

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Osservando le quattro battute successive scopriamo che sembrano diverse dalle prime, ma che in effetti ne ricalcano in parte l’andamento, spostando semplicemente il tutto un po’ verso il grave. Per questo, come seconda lettera non usiamo una “b” (che servirebbe per indicare qualcosa di completamente diverso), né un’altra “a” pura e semplice (che servirebbe per indicare qualcosa di completamente identico). Piuttosto, usiamo una “a” abbinata ad un indice numerico che ci faccia capire che si tratta di qualcosa che è simile alla parte precedente ma non completamente uguale, così: “a1.
Con “a1 rappresentiamo queste quattro battute della melodia:


 

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Lo stesso principio viene applicato alle battute nn. 9-12: non sono identiche alla prima parte né alla seconda, però somigliano all’una come all’altra, poiché ne imitano una porzione. Dunque, usiamo di nuovo la lettera “a” con un indice numerico ma, avendo già usato “a1 e dovendo far notare che la nuova parte non è una ripetizione identica di “a1, apponiamo un indice numerico diverso, così: “a2.
Con “a2 rappresentiamo questo:


 

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Le ultime quattro battute suonano completamente diverse da tutto quel che abbiamo sentito prima (la batt. 14 in effetti è identica alla batt. 7, ma l’orecchio non se ne accorge facilmente), per cui usiamo una lettera nuova. Dal momento che fino ad ora abbiamo usato sempre e solo la “a”, usiamo la “b”. Con “b” rappresentiamo quindi:


 

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Riassumendo, l’intera melodia dell’esempio è rappresentata da questo semplice schema:

a a1 a2 b

Un po’ di nomenclatura

Prendendo in esame brani sempre più complessi, ci si accorge che assai spesso parti di piccole dimensioni vengono unite tra loro per formarne altre di dimensioni maggiori, le quali a loro volta vengono unite per formarne altre di dimensioni ancora più grandi. Ecco un esempio dello schema che rappresenta un brano con tre parti piuttosto ampie costituite da due parti di dimensioni più ridotte, ciascuna delle quali contenente a sua volta altre due parti ancora più piccole:

Il brano è organizzato su più livelli, ognuno con elementi di dimensioni e complessità via via maggiori rispetto al precedente. Gli elementi che fanno parte di ciascuno di questi livelli si chiamano, dal più semplice al più complesso, incisi, semifrasi, frasi, periodi, sezioni e movimenti. Non è detta che un brano debba per forza contenere tutti questi elementi. Ad esempio, quello rappresentato qui sopra è composto da dodici incisi, raggruppati in sei semifrasi, a loro volta raccolte in tre frasi, ma non è abbastanza complesso da contenere più periodi, sezioni o movimenti.

In breve, se ti chiedessero cos’è un inciso potresti rispondere così:

Un inciso è un insieme di poche note che costituiscono lo spunto minimo d’una composizione musicale.

Una semifrase invece puoi definirla in quest’altro modo:

Una semifrase è un insieme di incisi, il più delle volte due o quattro.

Per definire le altre parti del discorso musicale basta specificare che ogni elemento più complesso si ottiene accostando più elementi del tipo immediatamente più semplice. Ad esempio, «una frase è un insieme di semifrasi».

Individuare le parti d’una struttura musicale

Ormai dovrebbe esserti chiaro: la musica tende ad avere strutture divise in parti. Ma come si fa a individuare le parti che costituiscono la struttura? In altre parole, come si fa a scoprire i punti dove separare una parte dall’altra? La cattiva notizia è che non esistono regole fisse, quella buona è che ci sono tendenze ricorrenti che portano ad alcuni indizi. Eccoli:

  1. presenza di pause
  2. presenza di note più lunghe delle altre
  3. riproposizione di schemi ritmici ricorrenti
  4. inizio di ripetizioni
  5. inizio di spunti musicali non ancora incontrati
  6. raggiungimento di quantità di battute o di impulsi che corrispondono alla lunghezza delle parti precedenti o successive

Preso singolarmente, nessuno di questi indizi dimostra qualcosa. Però, come accade nei film polizieschi, «due indizi fanno una prova», per cui se ad esempio una nota lunga si trova appena prima d’una ripetizione… be’, in quel caso è molto probabile che in quel punto finisca una parte della struttura e ne cominci un’altra.

Più numerosi sono gli indizi, maggiori sono le probabilità di aver scoperto qualcosa di significativo. L’ultimo a decidere è comunque l’orecchio che, ben allenato, può confermare o smentire ogni ipotesi.

Modularità e simmetria

Chi compone è libero di organizzare le proprie idee musicali come meglio crede, ma nel corso dei secoli si sono affermate alcune pratiche che fanno riferimento a due criteri: il criterio di modularità e il criterio di simmetria.

MODULARITÀ:  un brano è modulare quando le parti che lo compongono hanno proporzioni tra loro compatibili e mantengono una certa indipendenza reciproca.

SIMMETRIA:  un brano è simmetrico quando tra le parti che lo compongono ci sono evidenti corrispondenze.

Riconsidera per un attimo la melodia che ti è stata proposta nel paragrafo “Analizzare una struttura”.


 

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È una melodia modulare, perché è composta da sedici battute divise in quattro gruppi di quattro battute ciascuno. Sedici è quattro volte quattro, e tutte le parti della struttura hanno le stesse dimensioni, il che è un esempio di quel che si intende per «avere proporzioni compatibili». Il fatto che ciascuna delle quattro parti conservi in una certa misura il proprio significato musicale anche separandola dalle altre ci fa invece capire cosa significa dire che «mantengono una certa indipendenza».

Confrontando tra loro le parti, ci siamo accorti che la prima e la seconda, ma in modo particolare la prima e la terza, sono imparentate tra loro, dal momento che si somigliano in modo piuttosto appariscente. È quel che si intende con «presentano evidenti corrispondenze», per cui la melodia oltre che modulare è anche simmetrica.

Anche la struttura che abbiamo esaminato in astratto nel paragrafo “Un po’ di nomenclatura” è simmetrica:

Le due frasi estreme A e A1, assai simili tra loro e dunque «corrispondenti», sono separate dalla frase B, che si comporta come un asse di simmetria geometrico. Inoltre, ciascuna frase ha lo stesso schema di semifrasi e incisi delle altre due, il che evidenzia ulteriori «corrispondenze».

Strutture e forme

Chi compone musica organizza la struttura dei propri brani tenendo conto dell’effetto che vuole ottenere sul pubblico. Un compositore attento alle esigenze del pubblico cura l’equilibrio tra interesse e comprensibilità, introducendo novità per stimolare la curiosità con idee originali, ma senza soluzioni così innovative da essere completamente estranee alla tradizione e quindi “strane” per chi non le ha mai sentite in precedenza.

Chi vive della propria musica finisce per scoprire che il pubblico apprezza alcune formule più di altre, ed è spinto dal desiderio di adottare quelle impostazioni della struttura che hanno già dimostrato la propria efficacia. Per questo, alcune strutture diventano dei veri e propri standard, usati e riusati tante di quelle volte da meritarsi addirittura un nome. Nascono così le forme, modelli strutturali più o meno preconfezionati dai quali attingere “spunti” costruttivi per la creazione di nuova musica. Un esempio di forma oggi particolarmente apprezzata è la canzone. Altre forme che hanno avuto fortuna nel passato e che sono tutt’oggi gradite almeno ad una parte del pubblico sono la sinfonia, la sonata, il concerto

Un elenco completo delle numerose forme apprezzate nelle varie epoche storiche richiederebbe pagine e pagine, e sarebbe fuori luogo in questo contesto. Soprassediamo a cuor leggero.

 
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