Le scale
l’alfabeto della musica
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Le scale nel linguaggio quotidiano

“Scala” è un termine molto comune che usato in contesti diversi può assumere significati diversi.

Nel campo dell’architettura, una scala è una struttura composta da una serie di gradini posti uno sopra l’altro usata per spostarsi tra i piani d’un edificio. Chissà quante scale di questo tipo hai già incontrato nella tua vita!

Nel campo degli strumenti di misurazione, una scala è invece una serie di valori fissi ed ordinati, definiti per poter valutare le proprietà fisiche di un oggetto. Ogni volta che hai usato un righello per misurare in centimetri e in millimetri le dimensioni di un disegno che stavi eseguendo, hai usato una scala di misurazione.

Nel campo del modellismo, una scala definisce il rapporto esatto tra più oggetti che, pur avendo dimensioni anche molto diverse, condividono le stesse proporzioni. Ad esempio, un’automobilina in scala 1:15 è la copia esatta di un’auto normale, ma è quindici volte più piccola.

L’elenco dei possibili significati del termine scala potrebbe sicuramente continuare ma dal momento che non vedo l’ora di cominciare a parlarti di musica ti rimando a un qualsiasi vocabolario della lingua italiana per scoprire da te altre informazioni su questa parola tanto ricca di sfaccettature.

La scala musicale

Occupiamoci dunque del significato del termine “scala” quando viene utilizzato nel parlare di musica. È bene partire da una definizione che ti consiglio d’imparare a memoria:

Una scala musicale è una sequenza di note ordinate dalla più grave alla più acuta (o viceversa) secondo uno schema intervallare predefinito.

Questa breve definizione risponde in modo sintetico e preciso alla domanda «Cos’è una scala musicale?», ma mi sa che messa così non è un gran che chiara. Volendola spiegare in un linguaggio più comprensibile potremmo seguire questi punti:

Utilità delle scale

Quando si deve affrontare lo studio di un argomento spesso ci si pone una domanda che non sempre s’osa esprimere ad alta voce: «Perché devo sforzarmi tanto per imparare quesa cosa? A che mi serve?» Domanda pertinente e legittima che immagino ti sia già passata per la testa. Provo a risponderti, sperando d’essere convincente.

Ciascuno di noi comincia ad ascoltare musica fin da bambino e, letteralmente, si abitua a quel che sente fino ad arrivare a considerarlo “normale” e “giusto”. È un processo che avviene spontaneamente e del quale neppure ci accorgiamo. Lo stesso processo si verifica quando “assorbiamo” una lingua dai nostri genitori e dalle altre persone che ci circondano: apprendiamo regole su regole e le applichiamo in modo automatico, senza neppure renderci conto che quelle che stiamo apprendendo ed applicando sono regole.

Per fare un esempio banale, a cinque anni tu già sapevi usare correntemente tutte le regole più comuni della grammatica, tant’è che parlavi in italiano senza esitazioni, ma penso di poter affermare che se allora t’avessero chiesto di spiegare cos’è un soggetto o cos’è un verbo non avresti saputo cosa rispondere. Eppure, ricorrevi ogni giorno a soggetti e verbi nel tuo comunicare con la gente intorno a te, ed eri in grado di cogliere o evitare gli errori più comuni. Allo stesso modo, ora sai ascoltare la musica che ti circonda e compiere delle valutazioni: certa musica ti dà l’impressione d’essere “giusta”, altra musica ti sembra sconclusionata, priva di significato. Se un musicista non particolarmente abile sbaglia in modo grossolano, riesci subito a cogliere la “stecca”. Ebbene, se riesci in quest’impresa è perché dopo anni d’ascolto conosci le regole della musica, anche se probabilmente non sei consapevole del fatto che esistono. Le scale musicali stanno alla base di molte di quelle regole.

Le scale sono dunque uno dei fondamenti principali del linguaggio musicale così come solitamente lo si intende. Praticamente tutti i brani che ascolti, compresi i tuoi preferiti, sono nati dall’applicazione di una o più scale.

Chi compone (cioè “inventa”) i brani, contrariamente alle leggende che spesso ci vengono raccontate da persone con pochi scrupoli, non ottiene i risultati che ottiene perché è una specie di super-eroe. Il ruolo della cosiddetta “ispirazione”, cioè di quel momento magico in cui un’idea geniale sboccia miracolosamente nella mente di persone che immaginiamo speciali ed inarrivabili chiamate “artisti”, è enormemente sopravvalutato. L’artista è una persona sicuramente dotata di tante qualità, ma non è un super-uomo! È in grado di fare quel che fa prima di tutto perché… ha studiato tanto! Tra le tante cose da studiare c’è pure la teoria delle scale, e le scale vengono infatti studiate e catalogate da migliaia d’anni, ricavandole dalla musica già in circolazione o inventandole di sana pianta.

Il musicista che compone ha studiato quali effetti può ricavare dalla sua musica usando le note contenute in molte scale, e sa quali di quegli effetti sono più apprezzati dal pubblico della sua epoca e della zona dove vive. Le scale sono dei modelli preziosissimi che permettono a chi compone nuovi brani di non dovere reinventare ogni volta tutto da zero. Sono una specie di “campionario di note” dal quale il musicista attinge per avere una maggior sicurezza di piacere al proprio pubblico (che apprezza quegli insiemi di note essendocisi abituato fin da bambino). Il musicista compositore che non usasse quei “campionari” che sono le scale più diffuse nell’epoca e nella zona ove lavora, avrebbe assai meno probabilità d’essere apprezzato dal pubblico al quale si rivolge.

Direi che a questo punto dovrebbe esserti chiaro per quale ragione vale la pena darsi da fare per capirci qualcosa.

Costruire le scale

Premesso che esistono interi volumi che si occupano delle scale e che ce le propongono già “compilate”, è utile saper costruire da sé una scala perché aiuta a rendersi conto del modo in cui funziona il meccanismo.

La realizzazione di una scala consiste essenzialmente in quattro passi.

I passo – individuare la tonica

Questo è facile. Se ti chiedono «Cos’è la tonica?» puoi rispondere:

La tonica è la prima nota d’una scala musicale.

Individuare la tonica di una scala significa quindi scegliere da che nota quella scala deve partire. Siccome la tonica dà il nome alla scala, se vuoi ottenere una scala di Do devi partire proprio dal Do, se vuoi ottenere una scala di Fa devi partire dal Fa, se vuoi ottenere una scala di La devi partire dal La, e così via.

II passo – individuare le altre note della scala

Anche questo passo è facile. Rileggendo la definizione di scala, ricordiamo che le note devono essere ordinate dalla più grave alla più acuta. Nella nostra tradizione le scale contegono tipicamente tutte e sette le note che già conosci.

Per individuare le note di una scala basta iniziare dalla tonica ed elencare tutte le sette note. La scala termina con la ripetizione della prima nota ad altezza diversa.

Ad esempio, se la tonica è Do le note della scala sono Do-Re-Mi-Fa-Sol-La-Si-Do, se la tonica è Fa le note della scala sono Fa-Sol-La-Si-Do-Re-Mi-Fa, se la tonica è La le note della scala sono La-Si-Do-Re-Mi-Fa-Sol-La, e così via.

Ricorderai che nella definizione della scala c’era un “o viceversa” tra parentesi, dal quale abbiamo compreso che una scala può anche procedere dall’acuto verso il grave, non solo dal grave verso l’acuto. Be’, non è che questo complichi particolarmente la vita. Molto semplicemente, la scala di Do diventa Do-Si-La-Sol-Fa-Mi-Re-Do, la scala di Fa diventa Fa-Mi-Re-Do-Si-La-Sol-Fa, la scala di La diventa La-Sol-Fa-Mi-Re-Do-Si-La, e così via.

È bene ricordare che una scala che procede dal grave verso l’acuto si definisce scala ascendente, mentre una scala che procede dall’acuto verso il grave si definisce scala discendente. Nel nostro lavoro scolastico useremo solo scale ascendenti, per evitare la confusione che potrebbe provocarti l’applicazione dei procedimenti in senso inverso.

III passo – individuare lo schema intervallare

Dalla definizione abbiamo appreso che in una scala le note sono ordinate “secondo uno schema intervallare predefinito”. Dobbiamo quindi procurarci uno di questi schemi intervallari. Per ora, usiamo lo schema 2-2-1-2-2-2-1 tipico della scala detta di modo maggiore (più avanti ci occuperemo delle ragioni che ci possono spingere a scegliere uno schema diverso).

Lo schema intervallare della scala maggiore è 2-2-1-2-2-2-1. I numeri indicano quanti semitoni rendono diversi tra loro i suoni rappresentati dalle note della scala, ovvero quali devono essere gli intervalli tra le note stesse.

Nel nostro caso, tra la prima e la seconda nota della scala dovremo avere un intervallo di due semitoni, tra la seconda e la terza pure, tra la terza e la quarta nota della scala l’intervallo dovrà essere di un solo semitono, e così via.

Dal momento che non hai una gran esperienza, nello svolgere gli esercizi ti conviene trascrivere i numeri tra le note per evitare gli errori di distrazione.

IV passo – applicare lo schema intervallare

Questo è il passaggio più complesso del procedimento, e per completarlo conviene fare riferimento a un’immagine d’una tastiera che permetta di “vedere” i semitoni che separano tra loro le note.

È il caso di affrontare questo passaggio con particolare attenzione al dettaglio, senza lasciare niente di sottinteso. Prendiamo come esempio la scala di Re maggiore. Ogni scala di Re, nella nostra tradizione, è composta da queste note:

Affinché questa scala di Re possa essere definita scala di Re maggiore occorre che gli intervalli tra le note corrispondano allo schema predefinito 2-2-1-2-2-2-1, che riportiamo tra le note per aiutarci a non commettere errori dovuti a distrazione:

Dobbiamo ora verificare che la differenza tra nota e nota corrisponda a quella richiesta dallo schema intervallare. Laddove gli intervalli non corrispondessero, dovremmo apportare le correzioni del caso ricorrendo alle alterazioni. Per riuscire in questa “impresa” è utile avere a disposizione una tastiera o, almeno, un suo disegno.

Controlliamo l’intervallo esistente tra il Re e il Mi. È un intervallo di due semitoni, esattamente come richiesto dallo schema predefinito, per cui non occorre fare nulla.

La situazione è diversa per quanto riguarda la differenza tra il Mi ed il Fa: lo schema richiede che ci siano due semitoni, ma guardando la tastiera vediamo che ce n’è uno soltanto. Dobbiamo quindi spostarci sul tasto immediatamente successivo, in modo da alzare il suono di un semitono. In questo caso, il tasto successivo è un tasto nero.

Dal momento che siamo arrivati sul nuovo tasto alzando di un semitono il Fa, aggiungiamo un diesis davanti al Fa sul pentagramma.

Passiamo a vedere come stanno le cose tra il Fa diesis ed il Sol. È richiesto un solo semitono, ed in effetti già abbiamo un solo semitono, per cui non occorre far nulla.

Anche nel caso della coppia Sol-La non serve far nulla, poiché abbiamo bisogno proprio i due semitoni che già ci sono.

La stessa situazione si verifica tra il La e il Si.

Nel passare dal Si al Do ritroviamo un caso già noto: lo spostamento dovrebbe essere di due semitoni, mentre dalla tastiera ne risulta uno solo. Come abbiamo fatto in precedenza, per sistemare le cose ci spostiamo sul tasto immediatamente successivo. Anche in questo caso il tasto successivo è un tasto nero.



Dal momento che siamo arrivati sul nuovo tasto alzando di un semitono il Do, aggiungiamo un diesis davanti al Do sul pentagramma.

Ci resta solo da verificare che tra il Do diesis e il Re ci sia un unico semitono, come richiede lo schema intervallare.

È già così, quindi l’esercizio è completo. Ecco la nostra scala di Re maggiore pronta per l’uso:

Un metodo, tanti modi

Il modello della scala maggiore, quello che abbiamo usato nell’esercizio precedente, è tra quelli più tradizionali nell’ambito della nostra cultura, ma non è certo il solo.

Il modo di una scala è identificato principalmente dallo schema dei suoi intervalli caratteristici. A modi diversi, corrispondono schemi diversi.

Tra i molti ormai d’uso comune vale la pena ricordare almeno quelli del cosiddetto modo minore.

Il modo minore ha tre varianti comuni: minore naturale, minore armonico e minore melodico. Eccone gli schemi di riferimento:

Nonostante i modelli diversi, il procedimento per formulare tutte e tre le varianti minori è lo stesso usato per formulare la scala maggiore. In effetti, il procedimento rimane lo stesso indipendentemente dal modo preso in considerazione, per cui dato lo schema caratteristico potresti anche realizzare una scala locria, una misolidia, una frigia, o qualsiasi altro modo a piacere. Ma se le scale di molti modi si possono ottenere con un unico metodo perché i modi sono così numerosi?

Ciascun modo ha la tendenza a definire una particolare “atmosfera”, un particolare carattere espressivo. Le scale e i loro modi, nelle mani di un compositore, sono come la tavolozza dei colori nelle mani d’un pittore.

L’esempio che si porta più comunemente è quello per il quale i brani composti impiegando come riferimento una scala maggiore tendono ad avere un carattere aperto, brillante, mentre gli stessi brani “convertiti” al modo minore assumono un’atmosfera più malinconica, o addirittura cupa. Ecco quindi che il celebre concerto La primavera di Vivaldi è brillante nella sua versione originale composta usando una scala maggiore, ma può farsi assai più “autunnale” se riadattato impiegando una scala minore. Lo stesso destino tocca alla celebre Oh, Susanna. Anch’essa composta in origine a partire da una scala maggiore è piuttosto spigliata, ma è destinata a farsi quanto meno “seriosa” nell’equivalente composto a partire da una scala minore. Non tutti i brani si prestano altrettanto bene a questa trasformazione, ma il concetto dovrebbe essere chiaro.

Un altro esempio valido si può ricavare attribuendo un carattere “esotico” ad alcune melodie conosciute, semplicemente usando una scala pseudo-araba in luogo della scala originale.

Anche improvvisare qualche nota su una scala pentafonica cinese fornisce più di uno spunto di riflessione, aiutando a capire come ogni cultura musicale esprima la propria identità in gran parte per mezzo della scelta di alcune scale caratteristiche.

I gradi della scala

Come è già stato affermato più volte, in una scala è molto importante l’ordine delle note. Ecco quindi che ci troviamo ad affrontare il concetto di grado della scala, cioè di una nota in relazione alla posizione che occupa nel contesto della scala stessa. Secondo questo concetto, il primo grado di una scala è quindi la sua prima nota, il secondo grado la sua seconda nota, e così via. Dunque, come già detto, non importa di che nota si tratta, ma qual è la sua posizione (che si esprime usando un numero romano).

Il ruolo dei gradi della scala è talmente importante che a ciascuno di essi è stato addirittura attribuito un nome specifico. Ecco una tabella che riassume i nomi dei gradi della scala:

I grado Tonica
II grado Sopratonica
III grado Mediante o caratteristica
IV grado Sottodominante
V grado Dominante
VI grado Sopradominante
VII grado Sensibile

Riprendendo in considerazione la scala di Re maggiore che abbiamo realizzato poco fa, proviamo a definire i suoi gradi:

La tonica della scala di re maggiore è il suo primo grado, ovvero la sua prima nota, quindi re. La sopratonica è il secondo grado, cio/egrave; mi. La mediante, il terzo grado, è il fa diesis. La sottodominante è il sol, la dominante è il la, e così via.

Ovviamente, cambiando scala cambierebbe il risultato. Ad esempio, il terzo grado (mediante) della scala di mi maggiore, considerando che le note di quella scala sono mi, fa diesis, sol diesis, la, si, do diesis, re diesis, mi, è il sol diesis, cioè la terza nota della scala. Se invece prendiamo in esame la scala di fa maggiore (fa, sol, la, si bemolle, do, re, mi, fa), la mediante è il la. Insomma, dovrebbe essere chiaro.

Le funzioni tonali

Ogni grado della scala è abbinato a particolari funzioni tonali.

Le funzioni tonali derivano dall’uso che si può fare dei gradi della scala prevedendone l’effetto.

Una delle funzioni tonali più facili da comprendere, è quella conclusiva della tonica.

Nella nostra tradizione, un brano composto in una certa tonalità (ovvero composto prendendo come riferimento una particolare scala) tende a suggerire l’idea di conclusione impiegando la prima nota della scala in posizioni particolari. È frequente l’uso della tonica come ultima nota del brano, cioè nel momento conclusivo per eccellenza. Prova a verificare in prima persona armandoti di un prospetto delle scale tradizionali e confrontandolo con una serie di brani, così:

  1. Osserva l’armatura di chiave del brano (le alterazioni in chiave) e confrontala con l’armatura di chiave delle scale fino a trovare le due scale che coincidono (saranno una maggiore e una minore).
  2. Osserva l’ultima nota del brano e guarda quale delle due scale ha come tonica proprio quella nota.
  3. Complimenti! Hai appena scoperto la scala di riferimento per quel brano, con tutto quel che ne consegue.

Vediamo un esempio pratico.

Cercando tra le scale è facile scoprire che le scale che hanno il fa diesis in chiave sono quella di sol maggiore e quella di mi minore.

L’ultima nota del brano è un sol, il che porta a ipotizzare che la scala usata come riferimento nel comporlo sia quella di sol maggiore.

Scorrendo le note del brano, ci accorgiamo che non compaiono note estranee a quella scala (in effetti potrebbero essercene, ma sarebbe l’eccezione che conferma la regola), e che i re non sono mai alterati, il che conferma la prima ipotesi.

Suonando la melodia ci accorgiamo che quel che compare nelle prime otto battute viene ripetuto nelle battute successive, cambiando solo la parte finale. La prima parte di melodia, quella che termina alla battuta n. 8, suona sospesa e richiede un seguito. Guarda caso, l’ultima nota di quella prima parte non è la tonica (il sol) della scala della quale abbiamo ipotizzato l’impiego, ma la sua dominante (il re). La seconda parte di melodia è praticamente identica, ma dà una sensazione del tutto diversa, comunicando un’idea di conclusione. La teoria ci dice che un effetto di chiusura così netto deriva principalmente dalla funzione della tonica, per cui possiamo concludere che il brano è davvero nella tonalità di sol maggiore, e non in quella di mi minore. La teoria, almeno in questo caso, è confermata dalla pratica.

 
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